La notte del 26 aprile 1986, all’1.23, una serie di esplosioni distrusse il reattore nel Blocco 4 della centrale nucleare di Chernobyl, Ucraina (allora Urss). Un disastro attribuito a una tecnologia antiquata – un reattore sovietico di prima generazione, del tipo RBMK di derivazione militare, propenso a improvvisi sbalzi di potenza – unita a una serie di errori umani, procedure operative e di sicurezza violate. E anche all’assenza di una struttura di contenimento che fermasse la fuoriuscita di radioattività.

Reattore fuori controllo
Un test di sicurezza, che avrebbe dovuto verificare la potenza necessaria al reattore per rimanere in attività da solo in caso di black-out, sfuggì di mano ai tecnici di turno: il test avrebbe dovuto essere affrontato il giorno prima, ma per non ridurre la potenza del reattore venne rinviato alla notte, a personale impreparato. Il test prevedeva la disattivazione dei sistemi automatici di sicurezza, incluso il raffreddamento d’emergenza. La riduzione di potenza rese instabile il reattore, dopo che una serie di errori di valutazione aveva portato i tecnici a sollevare quasi tutte le barre di grafite necessarie a frenare la reazione. Senza queste, il surriscaldamento andò fuori controllo, il reattore arrivò a 120 volte la sua potenza massima. Il nocciolo fuse, la grafite delle barre di contenimento si incendiò, l’acqua divenne vapore ed esplose, lanciando in aria una piastra pesante mille tonnellate. Con il tetto del reattore fuoriuscì nel cielo un’enorme quantità di materiale radioattivo, soprattutto iodio e cesio. Vennero rilevati in gran parte dell’Europa, Italia compresa.

Il silenzio del Cremlino
In seguito, l’impatto dell’incidente sarebbe stato aggravato dalla lentezza delle operazioni di evacuazione di Pripyat (43mila abitanti) e dei villaggi circostanti la centrale, e dall’inadeguatezza delle misure adottate per informare e proteggere dalle radiazioni la popolazione e i 600mila “liquidatori”, mandati da Mosca a gestire un incendio che durò dieci giorni. Le stesse autorità erano impreparate ad affrontare il problema. Fu soltanto due giorni dopo, il 28 aprile, che suonò l’allarme, e non per iniziativa sovietica. A registrare un inspiegabile aumento dei livelli di radioattività fu la Svezia, dalla centrale nucleare di Forsmark. E Mikhail Gorbaciov, allora leader dell’Urss, ammise il disastro soltanto il 14 maggio successivo.

Cinque milioni di persone a rischio
Trent’anni dopo, il 23% del territorio della Bielorussia è ancora contaminato (soprattutto dal Cesio-137), il 4,8% dell’Ucraina, lo 0,5% del territorio russo. Terre in cui vivono cinque milioni di persone. Per gli scienziati resta una sfida aperta determinare con precisione l’impatto della contaminazione sulla natura e sull’uomo. Se il bilancio ufficiale parla di 56 morti accertate e 4.000 presunte (tumori e leucemie da attendersi nell’arco di 80 anni, non associabili direttamente al disastro), altri rapporti attribuiscono a Chernobyl centinaia di migliaia di morti. Per Greenpeace la cifra è di sei milioni. Le emissioni di radioattività sprigionata dall’incidente furono 200 volte superiori alla potenza della bomba atomica sganciata su Hiroshima.

fonte: ilsole24ore.com