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"IN FUGA DALL'INFERNO": intervista ad Oleksandra

Condividiamo l'articolo realizzato da Pietro Ragni, direttore del Consorzio Interuniversitario “Istituto Nazionale Biostrutture e Biosistemi” dedicato ad Oleksandra, ricercatrice universitaria che lavora al progetto sulle cellule staminali realizzato con il contributo della Fondazione Aiutiamoli a Vivere ONG

Fonte: TUTTI EUROPA VENTI TRENTA 

IN FUGA DALL'INFERNO

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La dottoressa Fedchenko, che fino a febbraio lavorava a Kiev, sua città natale, appena è scoppiata la guerra ha deciso di lasciare il suo Paese per accogliere un’offerta di ospitalità dall’Italia. Subito dopo essere arrivata nel nostro Paese, ha cercato la possibilità di lavorare nel suo settore professionale e, per fortuna, è riuscita a trovare rapidamente un’offerta di suo interesse. Infatti il Consorzio Interuniversitario “Istituto Nazionale Biostrutture e Biosistemi” (INBB, https://www.inbb.it ) aveva subito aderito al Programma EU “Science for Ukraine”, per supportare l’ospitalità di studenti e ricercatori ucraini rifugiati; in particolare a Bologna c’è il Laboratorio Nazionale di Biologia Molecolare e Ingegneria delle Cellule Staminali INBB – Eldor Lab, diretto dal professor Carlo Ventura. La dottoressa ha mandato il suo CV ed è stata subito accettata, a metà marzo INBB ha avviato le procedure, ai primi di aprile la dottoressa Fedchenko è stata assunta a tempo determinato all’interno di un progetto di ricerca sostenuto dalla Fondazione Aiutiamoli a Vivere (https://www.aiutiamoliavivere.it/), dandole così l’opportunità di continuare il suo cammino professionale in un ambiente sereno. La giovane biofisica si è subito integrata nel team di ricerca, dimostrando un’ottima professionalità e grande tenacia sul lavoro. Di seguito  l’intervista realizzata con la dott.ssa Oleksandra Fedchenko, arricchita da sue foto.

1) Parlami della vita normale nel tuo Paese: cosa fai, com’è la tua famiglia, quali sono le tue aspirazioni?

La mia vita, fin dall’infanzia è stata piena di gioia e bellezza. Amo molto la mia famiglia grande e rumorosa; le nostre celebrazioni e il tempo insieme sono la cosa più preziosa che ho. Ho due sorelle, due cugini, tre nonni e cinque bisnonni, proprio un bel team.  La mia casa è fuori Kiev, in un posto tranquillo a cinque minuti dalla foresta e dal lago. Ci camminavo ogni giorno, a volte raccogliendo campioni per l’erbario, a volte solo guardando il mutare della stagione, in silenzio. Mi sono laureata presso la “Taras Shevchenko” National University di Kiev ed ho preso il master in biofisica molecolare presso l’Istituto di Fisiologia “O. O. Bohomolets”. Prima della guerra ho lavorato, come biologa cellulare, presso la banca del sangue del cordone ombelicale e delle cellule staminali ed anche per la formulazione di farmaci per differenti patologie.

Grazie alla natura e alla sua diversità, mi sento parte integrante di questo mondo collegato da miliardi di connessioni. Dopotutto, non sappiamo quasi nulla e sento che la mia missione, in questo mondo, dovrebbe essere quella di rivelare i segreti e le leggi di questa equazione infinita. Ora che sono lontana da casa, mi manca tanto anche la collezione dei miei strumenti musicali, che ho lasciati lì. Spero che non siano stati rubati e che siano al sicuro. Io e il mio ragazzo li suoniamo mentre creiamo insieme la nostra musica, vorrei poterlo rifare presto.

2) Puoi dirmi cosa è successo nella tua città dall’inizio della guerra, se qualcuno nella tua famiglia o nei tuoi amici ha subito danni, se hai visto o saputo di atti di violenza.

Quando è iniziata la guerra, ricordo molto bene quella mattina, erano le 5:00 del mattino, e mi sono svegliata per le esplosioni, che erano concentrate all’aeroporto a circa 20 km da casa mia. Il mio cuore batteva forte come mai prima di allora, è stato uno shock completo. Nessuno pensava che questo sarebbe realmente accaduto, che nel nostro tempo di “progresso” e in un momento in cui siamo già al culmine dell’emergenza ambientale per il pianeta, ci sarebbe stata una assoluta barbarie e illegalità come nel Medioevo.

Fortunatamente io e il mio ragazzo abbiamo preparato le cose in anticipo e siamo andati in un posto sicuro lo stesso giorno. Ma i miei genitori sono rimasti a casa, anche per accudire i nonni. Una settimana dopo, le truppe russe erano già vicino a Kiev. A casa nostra i genitori hanno continuato a vivere senza l’elettricità e senza la comunicazione mobile. Restavano seduti sotto i bombardamenti per tutta la settimana, nascondendosi in bagno. Poi hanno deciso di fuggire e sono riusciti a uscire dalla casa, hanno guidando sulla strada in una colonna di auto che avrebbero potuto facilmente essere colpite nonostante il fatto che ci fossero bambini. C’erano molti cadaveri e auto distrutte sulla strada, si vedevano case che erano state bruciate e ridotte a macerie.

Sfortunatamente, la mia famiglia ha subito perdite, mia nonna di 93 anni è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco dai soldati russi entrati nel suo appartamento, pochi giorni dopo l’invasione. Tutto quello che so è che se suo padre, durante la seconda guerra mondiale, avesse saputo cosa sarebbe successo quasi 80 anni dopo, avrebbe indirizzato il suo aereo contro la Russia.

La cosa peggiore è che nessuno di noi, sotto le bombe, aveva paura di morire; sembravamo tutti pronti per questo, rendendoci conto che le nostre vite non ci appartengono affatto. Continuo a pensarlo, non ho più paura. Tutto quello che so è che non voglio perdere il mio Paese e il suo spirito.

3) Puoi raccontarmi come è nata l’operazione per venire in Italia, come ti sei organizzata, com’è stato il viaggio, le difficoltà che hai incontrato.

Tre giorni dopo eravamo seduti in macchina sulla strada per l’Italia, è stato così spontaneo, certo, passando la frontiera mi sono rivolta indietro guardando il mio Paese e pensando che lo lasciavo ma lo avrei sempre tenuto nel mio cuore. Poi abbiamo attraversato l’Ungheria e la Slovenia, in Italia avevamo un caro amico che ci aspettava. Purtroppo il mio ragazzo è rimasto in Ucraina, è un biotecnologo e lavora nel settore farmaceutico, contribuisce alla difesa della Patria, mi manca molto. Per la famiglia è stata una diaspora: mio padre in Ucraina, i cuginetti in Polonia, solo con loro madre, lo zio è ancora in Polonia, altri parenti sono in Italia.

Il nostro amico ci ha aiutato molto appena arrivati in Italia: ci ha fatto stabilire in un tranquillo villaggio in montagna. Non sono mai stata in un posto così bello, ma non potevo godermelo. Poi abbiamo visto come esistono persone generose e gentili nel mondo, gli italiani con il cuore aperto ci hanno permesso di calmarci un po’ con le loro cure.

Subito mi sono attivata su internet ed ho trovato che INBB era pronto ad accogliere studenti e laureati e che il Laboratorio di Bologna si occupa proprio di cellule staminali. Ho mandato il mio CV ed ho ricevuto presto una risposta positiva, allora sono andata a Bologna e tutto è ripartito, sono stata per due settimane presso una famiglia bolognese, persone gentili e adorabili, ora in un appartamento messo a disposizione per i rifugiati.

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4) Com’è stato il tuo arrivo nel laboratorio di Bologna, quali sono le tue aspirazioni per il prossimo futuro?

Tutta la mia vita è finita, tutto ciò che amo così tanto viene distrutto ogni giorno. Ora ho deciso che dovevo pensare al futuro, che devo creare tutto da zero, avevo solo bisogno di iniziare di nuovo. Il Consorzio INBB mi ha offerto di operare presso il Laboratorio di Bologna ed è per me una bella opportunità per continuare a imparare e per lavorare su progetti che mi permettono di dimenticare questo folle mondo di violenza e immergermi in ciò che è veramente importante e degno di nota. Ricorderò per sempre la gentilezza delle persone che lavorano qui, la loro professionalità e la loro apertura mentale.

Per il futuro ho desideri semplici: vorrei una vita tranquilla in una piccola casa, con una persona cara affianco e tante piante intorno. Voglio davvero aiutare questo mondo, con il nostro lavoro tutti contribuiamo a un domani migliore. È solo ora che capisco chiaramente che tutto può succedere all’improvviso e perdere tempo è un suicidio del proprio potenziale.

Quando la guerra sarà finita, sogno di tornare a casa, anche per contribuire a sviluppare e ricostruire il mio Paese, tenendomi in contatto con il Laboratorio. Dopotutto, la scienza non ha confini, forse potremo avere progetti comuni in futuro.

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