L’attenzione mediatica sulla Bielorussia è gradualmente evaporata, complice l’entrata in scena di altri accadimenti a livello internazionale, ma questo non significa che la crisi socio-politica sia stata superata. È dalla sera del 9 agosto che la pax sociale è stata smarrita, anche se le proteste hanno cessato di rappresentare un pericolo esistenziale per la tenuta del sistema di potere lukashenkiano, essendo diminuite di intensità e violenza.

Un ruolo di primo piano nei disordini che hanno rischiato di trasformare Minsk in una nuova Euromaidan è stato giocato dal duo Polonia-Baltici, il cui lobbismo in sede comunitaria è stato tale da condizionare l’intera postura dell’Unione Europea sul dossier Lukashenko, e un ruolo secondario è stato svolto da un attore nonstatuale che gode di un’influenza culturale notevole all’interno del Paese: la Chiesa cattolica. La consapevolezza che una parte significativa della partita per il destino della Bielorussia si gioca nelle parrocchie ha spinto Aleksandr Lukashenko ad aprire un canale di dialogo con Papa Francesco.

BelTA, l’agenzia di stampa nazionale bielorussa, nella giornata del 2 novembre ha dato notizia di un fatto estremamente importante: Lukashenko e Papa Francesco stanno dialogando. È stato lo stesso Lukashenko a parlare dell’argomento, durante un incontro con il metropolita Veniamin di Minsk e Zaslavl, sebbene non abbia fornito indicazioni utili a capire quando avrebbe discusso con il pontefice.

In primo luogo, Lukashenko ha parlato delle indiscrezioni inerenti un possibile viaggio apostolico dell’attuale pontefice in Bielorussia, né confermandole né smentendole. Infatti, il presidente bielorusso ha dichiarato che “recentemente si è discusso molto su una visita del Papa […] e vorrei mettervi a conoscenza della mia posizione a riguardo. […] Il pontefice romano è il capo di Stato e il capo pastore della Chiesa cattolica; quindi, l’invito, se c’è, dovrebbe provenire dal capo di Stato e dal capo della Chiesa ortodossa, che ha molte questioni con i cattolici”.

Stando a quanto riporta BelTA, Lukashenko “ha discusso dell’argomento con il Papa, che ha mostrato comprensione”. In breve, il presidente bielorusso non è contrario ad un viaggio apostolico a priori, ma affinché venga realizzato, occorrono il supporto e il consenso della Chiesa ortodossa. A questo punto, quindi, Lukashenko ha smentito “le speculazioni secondo cui il Papa effettuerà una visita quasi in incognito”.

L’argomento più importante del dialogo tra Lukashenko e il pontefice è, però, un altro: la formazione del clero in Bielorussia. Il tema era stato già dibattuto con Benedetto XVI, ed è stato reiterato all’attuale erede di Pietro. Il motivo alla base della richiesta è squisitamente politico: avere dei preti formatisi nei seminari bielorussi riduce il rischio di avere un clero proveniente “da Paesi ostili” a servire nelle chiese. Il presidente bielorusso ha parlato dei dissapori con la Chiesa cattolica polacca per giustificare il proprio timore: “Come possiamo ricevere il clero dalla Polonia, quando lo Stato polacco, puramente cattolico, ha assunto una simile posizione nei confronti della Bielorussia? Questo non va bene”.

Le dichiarazioni del 2 novembre fanno seguito ad un evento molto importante che ha avuto luogo a settembre. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati dal 2014, l’11 settembre si era recato a Minsk per una quattro-giorni di lavoro. Nella capitale bielorussa Gallagher aveva incontrato Vladimir Makei, il ministro degli affari esteri, per discutere degli sviluppi post-elettorali, delle tensioni con la Chiesa cattolica nazionale e della pianificazione di un viaggio papale.

Makei aveva reiterato l’invito a Papa Francesco ad effettuare una visita nel Paese, lanciato originariamente da Lukashenko nel 2016 durante una sosta in Vaticano, mentre Gallagher aveva avuto l’opportunità di incontrare gli alti esponenti del clero cattolico bielorusso e una serie di autorità civili.

Nella giornata del 31 agosto veniva impedito l’ingresso nel Paese a Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo metropolita della diocesi di Minsk-Mogilev e capo della Conferenza Episcopale della Bielorussia. L’arcivescovo si era recato in Polonia alcuni giorni prima, ufficialmente per partecipare ad alcune celebrazioni dedicate alla Madonna di Czestochowa, l’icona del cattolicesimo polacco, e sulla strada del ritorno, giunto al posto di frontiera di Kuznitsa Belostokskaja, gli era stato impedito l’ingresso per ragioni successivamente spiegate all’opinione pubblica da Lukashenko in persona: l’uomo sarebbe partito all’estero per ricevere istruzioni su come organizzare e mobilitare la comunità cattolica contro il governo.

Impedendo il rientro nel Paese all’arcivescovo, ed aumentando la stretta sulle chiese, Lukashenko ha ridotto sensibilmente il potenziale destabilizzante del cattolicesimo nazionale, rivelatosi insofferente verso lo status quo sin dai primordi dei disordini post-elettorali. L’arcivescovo di Minsk è colui che, ad esempio, ha invitato la comunità cattolica alla mobilitazione attiva, ossia alla partecipazione nelle manifestazioni, ed è la mente dietro l’organizzazione di alcune iniziative che hanno arrecato dei gravi danni di immagine alla presidenza, migliorando al tempo stesso la popolarità della Chiesa cattolica ed associandola alla causa dell’opposizione.

Dopo aver invitato i fedeli a prendere parte alle proteste e aver invitato il clero ad aprire le porte delle chiese per proteggere i manifestanti in fuga dalle forze dell’ordine, Kondrusiewicz aveva iniziato a dirigere personalmente i cortei, mostrando la volontà di essere in prima linea, e ponendosi alla guida delle veglie allestite davanti le prigioni della capitale per chiedere il rilascio degli arrestati. Tali veglie erano aumentate di frequenza e intensità proprio per via dell’arcivescovo, che era riuscito nel doppio obiettivo di trasformarle da eventi spontanei ad eventi organizzati, attraendo anche laici ed ortodossi, e di convincere il governo a liberare gran parte dei detenuti.

In breve, mentre Svetlana Tikhanovskaya sta fungendo da leader morale delle proteste, continuando a inviare videomessaggi di incitamento ai suoi seguaci dall’Unione Europea, l’arcivescovo Kondrusiewicz ha guidato e organizzato personalmente una parte significativa della manifestazioni, assumendo un’importanza tale da aver costretto Lukashenko ad impedirgli il ritorno di patria alla prima occasione. Aprire un canale di dialogo con il Vaticano equivale, quindi, a sedersi al tavolo negoziale con uno dei principali giocatori coinvolti nelle proteste e ridurre, possibilmente, il clima di scontro imperante nel Paese dalla sera del 9 agosto.

Fonte:insideover.com