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Valery, bimbo di Chernobyl, oggi è figlio di chi lo ospitò

Le vacanze da una coppia che a 32 anni l’ha adottato. I genitori adottivi: «Aveva bisogno solo di amore, ma anche lui ci ha dato tanto». Laureato in veterinaria, ma fa (e vuole fare) il camionista

Era un giorno d’estate del 1997. Il pullman carico di bambini bielorussi si arrampicò su per la Valle del Chiese, in Trentino. Quando le porte si aprirono, in un piccolo Comune che all’epoca si chiamava Breguzzo, scese per ultimo un bimbetto biondo. Niente valigia, né zainetto, nemmeno un giocattolo fra le mani. Valery, 11 anni, entrò così, nella sua nuova vita: maglietta, pantaloncini, sandali e bisogno di coccole. Qualcuno gli disse: «Quella signora lì è Valentina». E lui le corse incontro a braccia aperte.

Quel bambino adesso ha 32 anni, si è laureato in Veterinaria anche se di mestiere fa e vuole fare il camionista, vive nella regione di Grodno, in Bielorussia, è sposato e ha un figlio di 6 anni. Ventuno anni dopo quel primo incontro a Breguzzo — che ora è diventato frazione di Sella Giudicarie — Valentina ed Ezio, suo marito, hanno chiesto e ottenuto dal tribunale civile di Trento l’adozione di Valery. E lui, uscendo dall’udienza con il suo cognome nuovo (Presari) ha confessato a Ezio sottovoce che «vorrei tanto dire “ciao mamma” a Valentina ma temo che caschi per terra dall’emozione…».

Se si vuole trovare il bandolo di questa storia di riscatto e buoni sentimenti si deve partire dalla catastrofe di Chernobyl, il 26 aprile 1986. Dopo il più grave incidente nucleare di tutti i tempi, ovunque e per molti anni il mondo offrì aiuto a chi viveva nelle aree più colpite dalle radiazioni, Bielorussia in testa. E così quell’estate del ‘97 fu la Fondazione «Aiutiamoli a vivere» (di cui Ezio e Valentina facevano parte) ad accogliere nella Valle del Chiese molti bimbi bielorussi. Si trattava di vacanze di poche settimane, quasi sempre per chi viveva negli orfanotrofi. Fra loro Valery.

Ezio scava nei ricordi. «Ci avevano detto», racconta, «che dovevamo provare a raddrizzarlo un po’, diciamo così, perché era un bambino difficile. Praticamente non aveva mai conosciuto il padre, la mamma era morta e lui aveva vissuto di espedienti per strada prima di finire in orfanotrofio. Tantissimi piccoli come lui arrivavano con un bagaglio di violenze fisiche, con ricordi di genitori che bevevano e senza nessun senso delle regole. Abbiamo capito subito che quel bambino aveva solo bisogno di amore».

Valery usò bigliettini e disegni per imparare le prime parole: bere, mangiare, scuola, dormire… Aveva mangiato patate, rape rosse e mele per anni, gli si illuminavano gli occhi davanti alla frutta, ai dolci o alla pasta. «Impossibile non affezionarsi» ricorda Ezio che dopo la prima estate l’ha ospitato per altre due con l’Associazione e poi in privato, fino al 2007. «Non chiedeva mai niente, se lo portavamo a comprare vestiti guardava le etichette, sceglieva quelli che costavano meno. Quando tornava in Bielorussia chiamava ogni settimana: 30-40 minuti di telefonata per sapere di noi, per raccontarci della sua vita in ogni dettaglio».

In orfanotrofio agli altri ragazzini Valery raccontava di «mamma e papà in Italia» e anche dopo, con la moglie Viky e il figlio Syoma, ha sempre parlato della sua «famiglia» italiana. Ma fino all’altro giorno non aveva mai osato sperare di avere il cognome di Ezio. Lui, commercialista in pensione, dice che la decisione è arrivata all’improvviso: «Io ho 69 anni, mia moglie 64. Non abbiamo figli, per noi è sempre stato lui nostro figlio. Così ci siamo detti: perché no? È il completamento e la gratificazione per l’amore e l’affetto ricevuti in questi anni». Qualche volta, per esempio quando ha comprato l’auto, è capitato che Ezio e Valentina gli spedissero soldi: «Ci manda i suoi estratti conto per farci vedere come li spende» sorride Ezio. Che, dopo la firma per l’adozione, l’ha chiamato da parte: «Ti chiedo di farmi solo una promessa. Se un giorno verrai a sapere che io non ci sono più corri qui, stai accanto a Valentina». L’avvocato Andrea Antolini ha seguito il caso per conto della coppia. Ha spiegato al giudice che alla base di quella richiesta così insolita c’era solo il bene che si vogliono i protagonisti di questa storia. Un bene arrivato in pullman un giorno d’estate del 1997.

Un plauso per il lavoro svolto per la realizzazione di questo sogno va alla Dr.ssa Michela Ferraresi e alla Direttrice del nostro ufficio di Minsk Olga Hanza.

Fonte: corriere.it

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