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Un pensiero sul mio amico  Antonio Bravi

Un pensiero sul mio amico Antonio Bravi

Ancora oggi ricordo le tue telefonate, caro Antonio, che sollecitavano il mio intervento per aiutare e sostenere l’azione del Centro Servizio del Volontariato della Provincia di Terni che faticosamente costituimmo insieme.

Ricordo quell’estate del 1995 quando tu arrivasti alla nostra sede che aprimmo in Via Podgora, al primo piano, sul tuo stesso palazzo.

Avevi in mano il bando della Regione Umbria per la costituzione del primo Centro Servizio del Volontariato in ottemperanza della prima legge Quadro del Volontariato del 1994.

Cominciammo a discutere su chi e come coinvolgere per costituire un gruppo di associazioni con gli stessi intendimenti etici e finimmo per escludere le grandi associazioni e chiamare chi come noi, al tempo, erano totalmente spinti dalla passione su ciò che credevano e dallo spontaneismo che anima ogni volontario.

Nessuno di noi lo faceva per professione, eravamo tutti impegnati nei rispettivi lavori con un’affinità tra di noi derivante dal nostro indossare una divisa. Tu, caro Antonio, da Carabiniere ed io in Polizia Municipale.

Approfondimmo insieme le modalità di partecipazione e mi chiedesti di scrivere il progetto.

Senza nessuna speranza di riuscita lo presentammo alla Regione e nonostante fossimo un gruppo di piccole associazioni vincemmo il bando.

Da quel giorno le nostre strade, la nostra amicizia non ci abbandonò più.

Tanti ostacoli, tante avversità, tante maldicenze sul nostro operato, ma mai scalfite dalla nostra volontà e dalla nostra idealità verso il mondo del volontariato e verso tutti coloro bisognosi di aiuto, tu nella protezione civile io nell’accoglienza dei bambini bisognosi di cure.

Mi manchi Antonio, quando mi telefonavi ti chiamavo “papà” perché tu avevi perso il tuo unico figlio maschio della mia stessa età ed io mio padre della tua età.

Ti chiamavo “papà” perché sentivo la tua presenza al mio fianco non come un compagno di viaggio nella nostra azione comune nel volontariato e nel CeSVol, ma come un padre che sa ascoltarti e darti i suoi consigli e non smette mai di incitarti ad andare avanti anche quando tutto sembra caderti addosso.

Ricordo ancora, ed è un ricordo indelebile, le nostre discussioni, che fortificarono la nostra amicizia e la nostra passione per la politica che per noi significava soltanto “ESSERE AL SERVIZIO DEGLI ALTRI”, sull’ETICA.

L’ETICA, dicevamo che sancisce il dover essere delle cose, definisce i concetti di giusto e sbagliato, funge da linee guida nelle scelte personali.

Una persona amorale non agisce quindi in modo consono rispetto a quanto condiviso dalla maggioranza delle persone. Vizi e virtù vengono considerati tali in base a quanto sentenzia una morale che spesso coincide con il pensiero cattolico.

Ogni comportamento, ogni pensiero, ogni azione, vengono incasellati seguendo i dettami moralistici che accompagnano il libero arbitrio dall’alba dei tempi.

Disonestà, depravazione, ipocrisia e perversione sono comportamenti immorali, mentre castità, fedeltà ed onestà rientrano nella casistica di quelli morali.

Il senso di colpa è una peculiarità: è la prova lampante di un’azione immorale ma è allo stesso tempo il lasciapassare per rientrare nel regime della moralità.

Finivamo la discussione sempre con la stessa domanda: “Chi decide cosa è morale, il singolo, la società o la Chiesa?”. Rispondevamo sempre con quello che insieme conoscemmo nel nostro cammino partecipando al corso di cristianità: la risposta è contenuta soltanto nel Vangelo, dobbiamo essere capaci, soltanto, di seguirlo.

Mi manchi tanto caro “papà Antonio”.

Fabrizio Pacifici

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